La drammatica storia delle tortura di Sylvia Marie Likens

Oggi è il 4 gennaio, e il post di oggi voglio dedicarlo alla ragazza qui di fianco, una ragazza che nacque il 3 gennaio 1949 e morì a soli 16 anni, nel modo più orribile che si possa immaginare. Sylvia Marie Likens.
Non mi piace parlare di questi argomenti nel blog, ma ultimamente, a causa delle ricerche che sto facendo, ho scoperto alcuni casi davvero inquietanti, che mi hanno spinta a pormi una seplice domanda: fino a che punto più spingersi la cattiveria della natura umana? Dimenticate la storia, seppur terribile, dell’omicidio di James Bulger. Dimenticate le sevizie della famiglia Mauerova. Qui si va ben oltre.
Per mia scelta scelta non inserirò nell’articolo alcuna foto che possa urtare la suscettibilità dei miei lettori: ci sono alcune immagini, di questo caso, così raccapriccianti che onestamente non mi sento di postarle. Basterà fare una semplice ricerca su google per trovarle, e soddisfare a vostra curiosità…

Sylvia Marie Likens (Lebanon, 3 gennaio 1949 – Indianapolis, 26 ottobre 1965) era un semplicissima ragazza americana di 16 anni, figlia di una coppia di giostrai, che non potendo occuparsene, la lasciarono in affidamento, pagando 20 dollari a settimana, a una vicina di casa, Gertrude Baniszewski (nata Van Fossan).

Assieme a Sylvia c’era anche la sorella minore Jenny, disabile a causa della poliomelite, e un terzo fratello, Benny, gemello di Jenny. Molte cronache parlano di altri due gemelli, Diana e Danny, che erano nati nel 1947. La famiglia d’origine di Sylvia non era propriamente quella che si definirebbe una “buona” famiglia: i genitori, infatti, litigavano spesso, a causa della scarsa disponibilità economica di cui disponevano: il padre Lester era spesso in giro con la giostra che gestiva, mentre la madre di Sylvia, Betty, si arrangiava come poteva, ai limiti della legalità.
Il giorno in cui Betty superò tali limiti, finendo in carcere, Lester prese con sè la coppia di gemelli più giovani e infine decise di affidare gli altr figli alla vicina di casa, pagandola 20 dollari, e pregandola di accudire la figlia più grande e farla crescere rettamente. Lester non si preoccupò minimamente di capire chi fosse Gertrude: gli bastava sapere che la donna aveva sette figlie e che non aveva fatto obiezione a occuparsi di altri tre bambini. Inoltre Sylvia aveva stretto amicizia con Jacqueline e Paula Baniszewski, due dei sette figli di Gertrude, e i rapporti tra le due famiglie erano più che cordiali. Così Lester affidò i ragazzi a Gertrude, e incoraggiò la donna a “raddrizzare sua figlia”, accettando di pagarla venti dollari alla settimana.
Il fatto che Gertrude fosse più povera di lui e non sapesse come arrivare alla fine del mese non lo preoccupò minimamente.

All’inizio le cose in casa Baniszewski sembravano andare per il meglio: Gertrude si mostrava affabile e gentile nei confronti dei gemelli e di Sylvia, e l’aveva subito impiegata in varie mansioni domestiche: poi Gertrude, poco per volta, iniziò a cambiare atteggiamento.
Lester infatti, quando le aveva affidato le figlie, non si era preoccupato di capire che donna fosse Gertrude: se l’avesse fatto, avrebbe scoperto che quella donna emaciata, smunta, sottopeso e asmatica, soffriva di depressione e stress a causa di vari matrimoni falliti alle sue spalle, e spesso sfogava la sua rabbia sulle sue figlie. Ma non appena ebbe una nuova “vittima” tra le sue mani, non esitò a rivolgere a Sylvia le sue “attenzioni”.

Inizialmente cominciò a sfogare la sua rabbia sulle ragazze dei Likens, percuotendole con i remi di una barca, quando il pagamento pattuito dei venti dollari era arrivato in ritardo.
Poi, la Baniszewski focalizzò il suo odio proprio su Sylvia, prima accusandola di aver rubato le caramelle che aveva acquistato in un negozio di alimentari (e che invece aveva mangiato uno dei suoi figli), e quindi umiliandola quando la figlia maggiore, Paula, le aveva riferito che Sylvia le aveva confidato di aver avuto un fidanzatino.
Un giorno, la figlia maggiore di Gertrude, Paula, rivelò alla madre di essere incinta. Questo non fece che esacerbare ancor più gli animi, e Gertrude non trovò nulla di meglio da fare che sfogare la propria rabbia non sulla figlia, ma su Sylvia, incolpata a sua volta di essere incinta e di spassarsela con tutti i ragazzi della scuola che Paula e Stephanie Baniszewski, assieme alla stessa Sylvia, frequentavano. Come se non bastasse, Sylvia Likens fu accusata di diffondere voci alla Arsenal Technical High School secondo cui Stephanie e Paula erano ragazze facili, di facili costumi…. praticamente delle prostitute.
Il fidanzato di Stephanie, Coy Hubbard, per vendicare l’oltraggio subito dalla fidanzata, aggredì fisicamente Sylvia nel cortile della scuola, colpendola con calci e pugni. Stephanie raccontò il fatto alla madre e la donna, anzichè punire il ragazzo, lo elogiò, dicendogli che quello era l’unico modo per “correggere” Sylvia.
La donna decise di non mandare più a scuola Sylvia (per evitare che gli insegnanti vedessero i lividi sul corpo della giovane e iniziassero a far domande), e tenne Sylvia in casa, assicurando agli insegnanti che a Sylvia non sarebbero state fatte mancare le sue lezioni quotidiane. Che consistevano in calci e pugni da parte di numerose persone che Gertrude invitava a casa, appositamente per picchiare Sylvia.
La signora Baniszewski incoraggiò Coy Hubbard e altri ragazzi del vicinato a tormentare Sylvia: oltre a botte di ogni genere, alla povera ragazza vennero spente sigarette sulla pelle, la costrinsero a spogliarsi e le inserirono una bottiglia di vetro di Coca-Cola nelle parti intime. Spesso le veniva gettata addosso acqua bollente, e veniva tenuta senza mangiare, se non pochissimo, per giorni.
Ben presto Sylvia perse il controllo del suo corpo: una notte urinò nel suo letto, e per punizione Gertrude Baniszewski la chiuse a chiave in cantina e le proibì di usare il bagno: in seguito, la costrinse a mangiare pezzi di crackers come unico cibo e, non dandole da bere, la costrinse a bere la sua stessa urina.

Anche sua sorella minore Jenny, invalida per via della poliomielite, non fu risparmiata da queste angherie, ma evidentemente la malattia che la bambina aveva patito era la sua “ancora di salvezza”, perchè non subì lo stesso inumano trattamento della sorella, ma a forza di percosse e minacce fu costretta a colpirla a sua volta. Sylvia era costretta a rimanere sempre in casa, sorvegliata a vista, ma per sua fortuna Jenny riuscì a contattare la sorella maggiore, Diana, che viveva poco lontano ed era all’oscuro di tutto.
Diana andò a casa di Getrude Baniszewski, e chiese di vedere la sorella maggiore, ma Gertrude non glielo concesse, e l’accusò di voler entrare in casa sua solo per rubare. Le urla di Diana che chiamava a gran voce la sorella vennero però udite da un vicino di casa, che segnalò ai servizi sociali le stranezze che a suo dire avvenivano in casa Baniszewski. Un’infermiera fu inviata a verificare la situazione: Gertrude però le disse che Sylvia era scappata durante la notte, e che non sapeva dove si trovasse. Si mostrò preoccupata e impaurita per le sorti della ragazza, e l’infermiera credette al buon cuore della donna. Se avesse insistito per esaminare il seminterrato, però, avrebbe trovato Sylvia, legata e imbavagliata.

Questa “incursione” nella famiglia Baniszewski complicò ancor più la situazione: Gertrude era sicura che in qualche modo Sylvia era riuscita a comunicare con l’esterno, e decise di punirla.
Il 22 ottobre 1965 chiamò un amico delle figlie, Richard Hobbs, e gli chiese di aiutarla a incidere sull’addome di Sylvia, usando un ago arroventato, la frase “sono una prostituta e sono fiera di esserlo”.
Gertrude iniziò a scrivere la frase, ma poi, a causa dle rivoltante odore di carne bruciata, dovette desistere dal suo piano e fece finire il lavoro a Richard, che più Sylvia urlava più si divertiva. Con un bullone, sempre arroventato, le fecero un marchio a forma di “3” sul petto, una sorta di lettera scarlatta che doveva in qualche modo sottolineare l’appartenenza di Sylvia a una non meglio precisata banda di criminali con cui la ragazza si prostituiva.
Nella mente contorta di Gertrude, infatti, il piano era ben chiaro: avrebbe costretto Sylvia a scrivere una lettera, in cui denunciava la sua fuga volontaria dalla casa di Gertrude, per entrare in una banda di criminali con i quali si era prostituita. Nella lettera avrebbe dovuto raccontare tutte le angherie he aveva effettivamente subito, attribuendole alla stessa banda di ragazzi con cui si prostituiva.  Poi Sylvia sarebbe stata portata in una zona boschiva nelle vicinanze e sarebbe stata abbandonata lì, finché non fosse morta di stenti.

Il 26 ottobre 1965, malnutrita, sotto shock e sfinita dagli interminabili pestaggi, ustioni e bagni bollenti ai quali era stata sottoposta finora, Sylvia Likens morì a causa di un’emorragia cerebrale.
In casa in quel momento c’erano solo Stephanie e Hobbs, che non appena si rese conto che Sylvia non respirava più tentò di farle la respirazione bocca a bocca, per scoprire in seguito che la ragazza era morta.
Stephanie Baniszewski mandò Hobbs a chiamare la polizia da una cabina telefonica nelle vicinanze. Quando arrivarono gli agenti, Gertrude, piangendo, consegnò loro una lettera che la donna aveva costretto Sylvia a scrivere e che era indirizzata ai suoi genitori. In questa lettera, Sylvia scriveva di suo pugno che aveva accettato di avere rapporti sessuali con un gruppo di ragazzi in cambio di denaro, ma che poi quegli stessi ragazzi l’avevano picchiata, ustionata più volte e infine le avevano inciso quella tremenda iscrizione sul ventre.
Per la polizia non c’erano dubbi: Sylvia era una poco di buono, ed era morta per quel che aveva deliberatamente commesso. Gertrude piangeva sconsolata, per non essere riuscita ad adempiere al compito che si era assunta con il padre di Sylvia, e l’avrebbe sicuramente fatta franca se Jenny Likens non avesse avvicinato uno degli agenti e non gli avesse sussurrato:  “Fatemi uscire di qui e vi dirò tutto”.

Jenny Likens svuotò il sacco, e come diretta conseguenza tutti i responsabili di questa terribile vicenda vennero sottoposti a processo.
Gertrude Baniszewski negò ogni responsabilità per la morte di Sylvia, dichiarandosi affetta da infermità mentale: era troppo sotto pressione a causa delle sue cattive condizioni di salute e soffriva di depressione, cosa che non le permetteva di badare correttamente ai suoi figli.
Gli avvocati dei giovani sotto processo (i fratelli Paula e John Baniszewski, Richard Hobbs e Coy Hubbard) affermarono che i ragazzi non avevano mai partecipato a quelle nefandezze, e anzi avevano tentato di salvare Sylvia dalla banda di teppisti alla quale la giovane si era unita (teppisti dei quali, però, nessuno fu in grado di dare il nome).
Quando Marie Baniszewski, figlia undicenne di Gertrude, fu chiamata a presentarsi come testimone della difesa, la ragazzina crollò e ammise di essere stata costretta dalla madre stessa a riscaldare l’ago con cui Hobbs, e non la banda di giovani criminali, aveva inciso la famosa frase sulla pelle di Sylvia. Marie testimoniò anche di aver visto in più occasioni sua madre mentre picchiava Sylvia e la costringeva a stare nel seminterrato, senza cibo né acqua.

Non c’erano altre prove da portare. La colpevolezza di Gertrude Baniszewski era lampante e lo stesso avvocato della donna, nella sua arringa finale, disse: “Io la condanno in quanto assassina … ma dico che non è responsabile perché non è del tutto presente!” e si picchiettò la tempia col dito, per rendere più palese la sua opinione circa la salute mentale di Gertrude.

Il 19 maggio 1966 Gertrude Baniszewski fu condannata al carcere a vita per omicidio di primo grado, ma le fu risparmiata la pena di morte, stessa sorte che toccò alla figlia maggiore Paula. Hobbs, Hubbard e John Baniszewski furono giudicati colpevoli di omicidio colposo e condannati al carcere, dove restarono per soli due anni.  Nel 1971 a Paula e Gertrude Baniszewski fu concesso un altro processo: Paula si dichiarò colpevole di omicidio volontario e fu rilasciata due anni dopo, mentre Gertrude fu nuovamente accusata di omicidio di primo grado. Rilasciata nel 1985 per buona condotta, cambiò il suo nome in Nadine van Fossan e si trasferì in Iowa, dove però non poté godersi a lungo la libertà ritrovata: morì di cancro ai polmoni il 16 giugno 1990. Anche Richard Hobbs morì di cancro ai polmoni, all’età di 21 anni, quattro anni dopo essere stato rilasciato.

La casa al 3850 di East New York Street nella quale fu torturata e uccisa Sylvia Likens rimase vuota a lungo dopo l’omicidio. Trascorsero ben 44 anni prima che qualcuno finalmente si decidesse a demolirla, il 23 aprile 2009, per farne il parcheggio di una chiesa.

Dove porta la crudeltà umana? Possono esistere donne e uomini così crudeli, giovani dalle menti così tormentate? Sì, purtroppo, e lo testimonia non solo la storia di Sylvia Likens, ma anche quella di molte altre vittime della follia umana, come la terribile storia delle torture senza fine di Junko Furuta, un’altra vittima che non deve essere dimenticata….



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