Serial Killer: Richard Trenton Chase, il vampiro di Sacramento

9 marzo 2018

Sacramento. 23 gennaio 1978. Una donna di 22 anni, Theresa Wallin, viene trovata morta dal marito. La donna, che era incinta di tre mesi, non è morta di cause naturali, ma è stata letteralmente massacrata. Giace sul letto con il ventre squarciato, e accanto al letto gli investigatori trovano un barattolino di yogurt, sporco di sangue, con delle tracce di labbra impresse sul bordo… Nessuno vuole credere a quello che vede: quel barattolino sembra essere stata utilizzato dall’assassino della povera Theresa per berne il sangue.
Quei reperti mettono gli investigatori sulle tracce dell’assassino di Theresa, e lo individuano in Richard Trenton Chase, già avvezzo a crimini del genere. Chase è stato soprannominato il “Vampiro di Sacramento” ed è dal 1972 che l’FBI lo stava braccando.
In mano, avevano solo un sommario identikit psicologico, realizzato dall’Unità di Scienze Comportamentali, che l’aveva fatto stilare dal criminal profiler Robert Ressler, che così l’aveva descritto:

“Maschio bianco di età compresa tra i 25 e i 27 anni; magro, apparentemente malnutrito. L’abitazione, dove si trovano le prove dei suoi crimini, si rileverà estremamente sporca e trascurata. Storia di malattia mentale e uso di droghe. Si tratta di un solitario che non socializza né con gli uomini né con le donne e che passa probabilmente la maggior parte del suo tempo in casa, dove vive da solo. Disoccupato, riceve probabilmente una qualche pensione di invalidità. Se abita con qualcuno sarà con i genitori; è tuttavia improbabile. Non ha prestato servizio militare; ha abbandonato il liceo o l’università. Probabilmente soffre di una o più forme di psicosi paranoide”. 

L’infanzia di Chase, effettivamente, fu segnata da alcuni elementi alquanto negativi: nato il 23 maggio 1950 a Sacramento, in California, crebbe in una famiglia severa: il padre era solito picchiarlo spesso, poiché riteneva che solo con le violenze fisiche il ragazzino sarebbe cresciuto forte e coraggioso. La madre era una donna aggressiva, ostile e provocatoria, e quando i genitori divorziarono, Chase iniziò a soffrire di alcuni sintomi che vengono comunemente identificati come “triade di McDonald”, e comprendono enuresi, piromania e zoosadismo. In particolare, Chase aveva sviluppato un’attenzione morbosa nei confronti dei gatti, ma anziché comportarsi con i felini come chiunque si comporterebbe (chiunque sano di mente, per lo meno), era abituato a torturarli fino a farli morire.
Durante l’adolescenza
iniziò a soffrire di una forma di impotenza che lo portò a consultare uno psichiatra. Fu questo, stando allo psicologo, che fece scattare in lui la molla della malattia mentale che lo perseguitò poi fino alla fine dei suoi giorni. Come se non bastasse, Chase iniziò a bere alcolici, e ad abusare di droghe e medicinali. Venne arrestato nel 1965 per possesso illegale di marijuana.

Nonostante non fosse esattamente un ragazzo studioso, riuscì a conseguire il diploma e trovò un lavoro che però abbandonerà dopo appena qualche giorno. Desideroso di indipendenza, andò a vivere nell’appartamento che sua madre aveva acquistato, e lo trasformò in una casa degli orrori. Iniziò ad acquistare molti conigli, ma non per prendersene cura, quanto per ucciderli e berne il sangue, poichè era convinto che solo nutrendosi di sangue fresco avrebbe evitato che il suo cuore si seccasse e il suo stesso sangue si trasformasse in polvere. I vicini di casa che inizialmente non avevano sospettato per nulla di quel ragazzo schivo e taciturno, cominciarono invece a nutrire qualche sospetto quando un odore nauseabondo si diffuse nel condominio, e fu così che allertarono la polizia. Quando gli agenti entrarono nell’appartamento abitato di Chase, trovarono una scena a dir poco orrenda: sangue secco rappreso ovunque, cadaveri in putrefazione di centinaia di conigli, tutti morti dissanguati, e Richard Chase, seduto sul divano in mezzo alla sporcizia, intento a divorare le viscere di un coniglio che aveva appena ucciso.

Subito ricoverato in reparto psichiatrico, Chase dichiarò ai medici che qualcuno gli aveva rubato l’arteria polmonare, che sentiva chiaramente le sue ossa che stavano uscendogli dalla nuca e dalla schiena, e che lo stomaco si stava sciogliendo. Sottoposto ad altri accertamenti, gli venne diagnosticato un disturbo paranoico/schizofrenico, oltre che una sorta di psicosi indotta dall’uso smodato di alcuni farmaci. Tenuto sotto controllo, anche in ospedale Chase manifestò i propri atteggiamenti terrificanti, catturando gli ignari piccioni che planavano sulle terrazze del nosocomio, staccandogli la testa e bevendone il sangue. Questo suo comportamento gli valse il soprannome di Dracula.

Dopo 72 ore di osservazione passate nell’ospedale psichiatrico, avendo i medici giudicato che Chase, per quanto strambo, non potesse rappresentare un pericolo per gli altri, venne rilasciato. Fu allora che l’uomo iniziò a lasciarsi andare, dimagrì e divenne ipocondriaco fino ad abusare pesantemente di medicinali. I genitori decisero allora di riaccoglierlo in casa, sperando che in questo modo il figlio sarebbe guarito, ma qui Richard, temendo di essere avvelenato dalla madre, tornò a vivere nell’appartamento in cui aveva vissuto prima del ricovero coatto, e tornò a sbudellare conigli e a cibarsi delle loro interiora. Per evitare che l’odore dei cadaveri degli animali mettesse di nuovo in allarme i vicini di casa, Chase imparò a gettare le interiora dei conigli nel frullatore, e iniziò a bere quella orripilante bevanda, che lo aiutava a “non scomparire”. La polizia, che già lo teneva d’occhio per via dei precedenti, venne nuovamente allertata dai vicini di casa, preoccupati per l’andirivieni di Chase che portava in casa grossi sacchi e scatole (in cui erano contenuti i conigli), e questa volta, quando la polizia fece nuovamente irruzione nell’appartamento dell’uomo, trovarono Richard riverso sul divano, con una siringa conficcata nel braccio: si era appena iniettavo sangue contaminato da acido, procedimento che aveva seguito per avere “sangue pulito e non corrotto”.

Venne nuovamente tratto in ospedale, da cui tentò di fuggire, e quindi venne trasferito in un’altra clinica dove gli fu diagnosticata la Sindrome di Reinfeld. “Renfield” era il servo devoto di Dracula, e a questo si riferisce questa sindrome: diffusa soprattutto tra gli individui di sesso maschile, questa sindrome è causata da un disturbo psichico che porta chi ne è affetto a bere sangue. La causa di questa sindrome è da ricercarsi in gravi traumi infantili che portano il soggetto ad assumere comportamenti che vanno contro la normale natura umana.La sindrome di Reinfeld ha tre fasi: si inizia col bere il proprio sangue da bambini, autoinfliggendosi ferite per poi succhiare il sangue che ne esce. Nella seconda fase si passa al sangue animale, e il soggetto spesso compie atti di zoofilia, addirittura sugli stessi cadaveri degli animali che dissangua. Nell’ultima fase si ingerisce sangue umano, non solo il proprio ma anche quello di altre persone. Così, nonostante Chase fosse già nella seconda fase della malattia, non si ritenne opportuno tenerlo in cura, e venne rilasciato perché non ritenuto pericoloso. E la strada verso il degrado ebbe inizio, senza più alcun freno.

Richard Chase iniziò ad uccidere sempre più animali, bevendone il sangue, e la sua famiglia lo abbandonò definitivamente. Il 3 agosto 1977 la polizia venne avvisata da una spaventatissima donna che c’era un uomo nudo e sporco di sangue che girovagava nei pressi di un vecchio furgone, abbandonato in mezzo alla sabbia. La donna disse che il furgone era pieno di sangue. Immediatamente la polizia si recò dove si trovava il veicolo, che venne recuperato completamente imbrattato di sangue, con due fucili sul sedile posteriore e un fegato all’interno di un secchio sul sedile del passeggero. Temendo il peggio, la polizia iniziò a cercare lo strano uomo avvistato dalla donna, e lo trovò, mentre vagava, nudo e imbrattato di sangue, non molto distante dalla sua vettura. Chase disse alla polizia che il fegato trovato nel suo furgone apparteneva a una mucca e che anche il sangue che imbrattava il veicolo fosse della mucca. Chase venne rilasciato dopo un periodo di fermo e da quel momento la sua patologia subì un cambiamento. Iniziò a ritagliare articoli che parlavano di omicidi, interessandosi soprattutto ai serial killer e diventando, addirittura, fan di alcuni di loro. E da quel momento Richard, che aveva sempre sfogato la sua patologia su animali, rivolse le sue attenzioni sugli umani….

Le vittime.

La prima vittima fu Ambrose Griffin, un ingegnere di 51 anni, che Chase uccise il 27 dicembre 1977 sparandogli con un fucile calibro 22. L’uomo stava aiutando la moglie a portare in casa le borse della spesa, quando improvvisamente cadde a terra, urlando, tenendosi le mani sul petto. La donna pensò inizialmente a un attacco cardiaco, non avendo sentito i due colpi di arma da fuoco sparati poco prima. Diverse persone, il giorno dopo, denunciarono di aver visto una persona che si aggirava per il quartiere con un fucile, ma le indagini appurarono che non si trattava della stessa arma da fuoco che aveva ucciso Griffin, e l’uomo venne rilasciato. Il pomeriggio del 30 dicembre uno dei figli di Griffin rivelò alla polizia di aver visto un uomo, a bordo di una Pontiac marrone, che sparava a suo padre, e una vicina di casa dei Griffin raccontò a sua volta che il giorno in cui Ambrose morì qualcuno aveva sparato dei colpi di pistola nella sua cucina, e in effetti tra i mobili della donna vennero ritrovate tracce di polvere da sparo, ma le indagini si fermano lì, ad un punto morto.

Il 23 gennaio 1978, Jeanne Layton, che abita al civico 2909 di Burnece Street, si accorge di un giovane dai capelli lunghi che cerca di intrufolarsi in casa sua. La donna è all’interno della casa, e vede l’individuo mentre si aggira prima davanti alla porta d’ingresso, poi davanti a una finestra, quindi nuovamente davanti alla porta d’ingresso. Il tizio non sembra così pericoloso, così Jeanne lo affronta, spalancando la porta d’ingresso e chiedendogli a muso duro cosa sta facendo. Per tutta risposta, Chase si volta dando le spalle a Jeanne, si accende una sigaretta e si allontana nel cortile posteriore. Poche ore dopo, Robert e Barbara Edwards, che abitano a poca distanza dalla Layton, stanno rincasando quando sentono degli strani rumori provenienti dalla loro casa: Robert entra in casa e in quel momento un ragazzo che Barbara definirà in seguito “malconcio e trasandato” esce dalla porta sul retro, passando vicino alla donna come se nulla fosse. Robert si lancia all’inseguimento, ma Richard riesce a scappare anche questa volta. Stavolta però Richard non si è limitato a curiosare, ma ha letteralmente messo a soqquadro la casa degli Edwards: ha rubato pochi spiccioli, e, non contento, ha orinato in alcuni cassetti e perfino defecato sul letto. Gli Edwards avvisano la polizia che nel quartiere si sta aggirando un individuo strano, ma non pericoloso. Su una cosa sbagliano: Richard Chase è pericoloso. E molto. Come scoprirà Theresa Wellin.

Al 2360 di Tioga Way c’è casa Wellin. In quel momento c’è soltanto Theresa, 22 anni, incinta di 3 mesi, che sta per portare fuori la spazzatura. Richard per prima cosa mette una pallottola nella cassetta della posta, quindi entra in casa. Percorre un corridoio, diretto in cucina, e qui s’imbatte in Theresa, che sta alzando da terra il sacco dell’immondizia per portarlo fuori. La donna non riesce a dire neanche una parola: Chase le spara addosso tre colpi. La prima pallottola le attraversa il palmo della mano; il secondo la ferisce di striscio in testa e il terzo, quello mortale, la raggiunge alla tempia. Chase prende dal cassetto un coltello e lo stringe tra i denti, si mette in tasca un vasetto di yogurt che spunta dal sacco della spazzatura, quindi afferra il corpo di Theresa per i piedi e lo trascina in camera da letto.

Quando David Wallin torna a casa, si stupisce che la moglie non sia venuta ad accoglierlo. Entra in casa, e trova spazzatura sparsa ovunque, e strane macchie sul pavimento. C’è poi una scia scura che porta al piano superiore. David la percorre, preoccupato, e in camera da letto si trova di fronte a uno spettacolo terrificante. Theresa è seduta a terra, appoggiata alla porta, la maglietta sollevata fin sopra al seno e i pantaloni abbassati fino alle caviglie. Sembrerebbe che la donna sia stata vittima di violenza sessuale, se non fosse per un particolare: è stata squarciata dallo sterno alla pancia, e le sue interiora sono state rimosse. Segni di pugnalate sono ben visibili al polmone e al fegato, ma chiunque abbia fatto ciò è stato attento a non colpire il seno della donna. La bocca è piena di feci.
Vicino al corpo della donna c’è il barattolino di yogurt, macchiato di sangue, e sul pavimento ci sono degli anelli di sangue, segno che quel bicchierino è stato posato più volte per terra.

Il 27 gennaio, a un miglio di distanza dalla residenza dei Wallin, Evelyn Miroth, 38 anni, sta accudendo il nipotino di 20 mesi, David. A farle compagnia c’è Dan Meredith, 51enne vecchio amico di famiglia, che ha accettato di farle compagnia. Nessuno può biasimare Evelyn, se non si sente sicura. La comunità è ancora molto scossa per l’omicidio della povera Theresa Wallin, e per di più l’assassino è ancora a piede libero. Non ci si può fidare di nessuno. Evelyn però ha promesso di mandare suo figlio Jason, 6 anni, in visita a casa Meredith, ma nessuno lo vede arrivare. Allora la figlia di Dan, preoccupata da quel ritardo, telefona a casa di Evelyn Miroth, ma nessuno le risponde. Preoccupata, la ragazza si reca da Evelyn: suona il campanello e bussa alla porta, ma non le apre nessuno. Eppure in casa c’è qualcuno: la ragazza scorge una persona aggirarsi per l’appartamento. La ragazza si mette a urlare, attirando l’attenzione dei vicini, che subito arrivano a casa Miroth. Uno dei vicini entra in casa, e scopre Dan Meredith nell’atrio, in un lago di sangue, ucciso da un colpo di pistola alla testa.

In camera da letto, Evelyn giace nuda a gambe aperte sul letto, la testa spappolata da un proiettile e con l’addome squarciato. Gli intestini sono stati rimossi, e vicino al cadavere ci sono due coltelli da intaglio, insanguinati. L’aggressore l’ha sodomizzata e le ha pugnalato l’utero e l’ano almeno sei volte, prima di affettarle il collo e tentare di cavarle via un occhio. Sul pavimento, quello che sembra essere la firma dell’assassino: i soliti anellini insanguinati già visti nella scena del crimine di Theresa Wallin. E non è tutto: sull’altro lato del letto giace Jason, ucciso con due colpi di pistola in testa, sparati da distanza molto ravvicinata.

Nessuna traccia invece di David, il neonato cui Evelyn faceva da babysitter. La madre del piccolo, Karen Ferriera, nutre ancora qualche speranza di trovare vivo il bambino, ma le analisi della scientifica spengono quelle speranze, quando nella culla in cui dormiva il bambino viene trovato il foro di un proiettile e il cuscino è completamente inzuppato di sangue. Ma dove sia finito il corpo del bambino, è un mistero.
Gli investigatori si accorgono poi che la vasca da bagno in casa Miroth è colma di acqua insanguinata, e ci sono delle tracce di sangue che dal bagno portano alla stanza da letto in cui sono stati trovati i cadaveri di Evelyn e Jason. Ma non c’è fine all’orrore. Nella vasca, assieme al sangue, vengono ritrovati dei resti umani, e finalmente il mistero inizia a farsi più chiaro: esaminati i resti all’interno della vasca, gli investigatori ricostruiscono la dinamica. Per prima cosa l’assassino ha ucciso Dan Meredith, poi è salito al piano di sopra, dove ha ucciso Jason Miroth che si trovava sul letto. Si è poi diretto in bagno, dove ha sorpreso Evelyn nella vasca. L’ha uccisa e portata in stanza da letto, dove ha abusato del cadavere, facendone poi scempio. Quindi, si è accorto del neonato. Dopo aver bevuto il sangue di Evelyn, l’assassino ha cominciato a mutilare il corpo del neonato, spargendone il cervello e le budella nella vasca da bagno. Avrebbe continuato nel suo scempio se non fosse arrivata la figlia di Dan Meredith, mettendolo in fuga, e portando con sè il corpicino mutilato.

Le indagini

A questo punto, il Vampiro di Sacramento, come viene chiamato il mostro che uccide le persone per poi berne il sangue, è ancora senza un nome. Ha commesso sei omicidi finora, ed è ancora a piede libero. Per catturarlo entrano in scena due agenti dell’FBI, Robert Ressler e Russ Vorpagel, esperti nella caccia ai serial killer.
Per prima cosa viene realizzato un profilo dell’uomo che stanno cercando. Maschio, bianco, età tra i 20 e i 30 anni, magro, forse denutrito. Non ha un lavoro fisso, e probabilmente gode di un assegno statale perchè affetto da qualche handicap fisico o più probabilmente mentale. Un tipo solitario con un passato costellato da abusi di medicinali. Probabilmente affetto da gravi malattie mentali. Sicuramente è uno psicopatico paranoico oltre che serial killer disorganizzato: sembra che non abbia pianificato i suoi crimini, sembra che abbia scelto le sue vittime a caso, magari passeggiando per il quartiere (il che fa supporre che abiti nelle vicinanze delle case in cui sono stati commessi gli omicidi), non si è preoccupato di nascondere le tracce dei suoi crimini, e probabilmente sta ancora girando per il quartiere, alla ricerca della sua prossima vittima. Perchè quando si ha a che fare con dei killer così sprovveduti c’è solo una certezza: colpiranno ancora, senza un metodo, lasciandosi guidare dal caso. E tutto fa pensare che il Vampiro possa colpire ancora, e presto.

Ma nonostante le indagini, nessuno tra i vicini delle vittime sembra poter dare agli inquirenti una prova su cui iniziare almeno a lavorare. Nessuno, tranne una donna, Nancy Holden, che improvvisamente si ricorda di uno strano incontro avvenuto al supermercato, il giorno in cui è stata uccisa Theresa Wallin. Mentre si trovava al supermercato era stata avvicinata da un uomo malconcio, sporco e in stato confusionale, mai visto prima, che le aveva chiesto a bruciapelo: “Eri sulla motocicletta quando Kurt è stato ucciso?”. Questa domanda apparentemente senza senso terrorizzò Nancy, poichè Kurt era il suo ragazzo, morto dieci anni prima, travolto e ucciso da uno sconosciuto mentre si trovava in sella alla sua motocicletta. Nancy chiese all’uomo quale fosse il suo nome, e lui le rispose di chiamarsi Rick Chase, e di essere un suo vecchio compagno di scuola. E stranamente, la descrizione fornita da Nancy è molto simile a quella dei vicini di casa delle vittime, che depositarono la loro testimonianza raccontando dello strano individuo che era stato visto aggirarsi tra le case delle vittime prima degli omicidi. Immediatamente prima. E così, gli investigatori iniziano a tenere d’occhio Richard Chase.

Si scopre così che Richard ha avuto diversi problemi mentali, che lo hanno portato al ricovero e poi all’arresto in Nevada; quando poi si scopre che fin dal 1977 possiede una calibro 22, e che il 22 gennaio ha acquistato delle munizioni per quella pistola, i detective si precipitano a casa di Richard Chase, pronti ad arrestarlo. Qui trovano l’uomo, con una pistola calibro 22 insanguinata, mentre indossa un giubbotto insanguinato e ha in tasca il portafoglio di Dan Meredith. Viene ispezionata anche la sua abitazione, nella speranza di ritrovare qualcosa del neonato disperso. Gli investigatori vengono accolti da un odore nauseabondo di decomposizione. Tutto, in quella casa, è macchiato di sangue. C’è sangue ovunque, e in cucina uno spettacolo impressionante: frammenti di ossa, contenitori pieni di pezzi di corpi, cervello, altri organi decomposti. Sul tavolo della cucina, in mezzo a bicchieri pieni di sangue coagulato, fotografie di organi umani ritagliati da libri di scienze, e un calendario con alcuni cerchi che segnano alcune date. Gli inquirenti sobbalzano quando si rendono conto che Chase ha segnato le date in cui sono stati commessi gli omicidi, e ha scritto la parola “today” in corrispondenza di quelle date. Quel che è peggio, ci sono molte altre date segnate in rosso, con la dicitura “today”, ma sono tutte date future. Segno che Chase si stava preparando per altri omicidi.

EPILOGO
Mentre i poliziotti cominciano a setacciare la casa alla ricerca dei resti del piccolo David Ferreira, Chase confessa al suo avvocato che ha bevuto il sangue delle proprie vittime poiché soffre di un avvelenamento al sangue. Dice anche di aver provato a bere il sangue degli animali, ma di averlo trovato indigesto, e di aver notato migliorie alla sua condizione solo bevendo il sangue umano. Poi, il 24 marzo, il custode di una chiesa ritrova una scatola, nascosta sotto un altare. Dentro, ci sono  i resti del bimbo scomparso. David è stato decapitato, gli è stato aperto il torace, asportati gli organi interni e al posto degli intestini gli è stata messa la testa. Il buco al centro della testolina indica che il bimbo è morto per un colpo di pistola.

Il processo prosegue: la richiesta dell’accusa è la pena di morte. Chase viene analizzato da una dozzina di psichiatri, e l’uomo confessa di sentirsi malato e di esser certo che solo il sangue può salvarlo. Durante l’interrogatorio Chase ammette di aver provato una brutta sensazione mentre uccideva le proprie vittime e che non riuscì a dormire per molti giorni, dopo gli omicidi, perchè era terrorizzato che i morti tornassero dagli inferi appositamente per tormentarlo.
Alla fine, lo psichiatra chiamato a stabilire se Chase è sano di mente o meno, dichiara che Richard non è schizofrenico, bensì è dotato di una personalità antisociale, ed è ben consapevole della differenza tra giusto e sbagliato.

L’8 maggio del 1979, dopo cinque ore di deliberazione, la giuria dichiara l’imputato Richard Trenton Chase colpevole di sei omicidi di primo grado e lo condanna a morte nella camera a gas del Penitenziario di San Quintino.

 

Il 26 dicembre 1980, il giorno precedente il terzo anniversario del primo omicidio, alle 23.05, la guardia entra nella cella di Richard Trenton Chase: lo trova sdraiato sullo stomaco, con le gambe fuori dal letto e i piedi poggiati sul pavimento. La testa è schiacciata contro il materasso e le braccia sono incrociate sul cuscino. Il Vampiro di Sacramento è morto suicida. Soffocato? No.
Chase doveva assumere tre pillole al giorno di uno psicofarmaco che doveva aiutarlo a combattere la depressione e le allucinazioni. Evidentemente le aveva sempre tenute da parte, per assumerle poi tutte in una volta, causando così la propria morte. Nonostante le sue preoccupazioni, durante l’autopsia è risultato essere perfettamente sano.

 

FONTE: http://www.psychiatryonline.it/node/6578

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