Uno dei filoni del mistero che più mi affascina, fantasmi a parte, è quello che riguarda le case infestate.Ce ne sono moltissime in giro, delle quali si raccontano storie di ogni tipo: alcune di queste vicende sono note, come quelle della Ca’ Dario che non ho mancato di riportare nel blog, altre meno, come la storia della villa nel centro di Asiago che ho narrato tempo addietro.

Ripensandoci, mi è venuta in mente la storia riguardante una casa che si trovava nei dintorni di Padova, più precisamente a Brugine. Purtroppo quella casa non esiste più, è stata abbattuta giusto un anno fa perché pericolosa e diroccata, ma il suo ricordo è ancora ben vivo nella mente delle persone che a Brugine ci abitano.


Una domenica pomeriggio, recandomi a visitare il mercatino dell’antiquariato che si tiene ogni prima domenica del mese nella splendida cornice della cinquecentesca Villa Roberti, lungo la strada che da Brugine porta a Padova mi sono imbattuta in una casa, proprio sul limite della strada, che mi ha subito attratta per la sua aria diroccata.

La foto che posto qui NON è quella della casa: riproduce un’abitazione di San Giorgio in Bosco (Pd) che però è molto simile a quella esistente a Brugine.

Scesa dalla macchina, mi sono avvicinata a osservare la casa: due piani, spessi muri di mattoni ricoperti da intonaco scrostato e brandelli di manifesti pubblicitari, finestre spalancate e vetri rotti, imposte di legno a pezzi.
Da una finestra aperta si poteva vedere anche l’interno: buio e spettrale, ovunque regnava un silenzio di tomba. Il tetto sembrava aver retto, anche perché dalle tegole scendeva una spessa cortina di edera, che dondolava sinistra mossa dal vento leggero di quella giornata d’inizio aprile. La casa non era stata transennata, quindi ho potuto fare il giro e osservarla anche dalla parte posteriore, dove si apriva un piccolo cortile invaso da rami secchi e ricoperto di erbacce.
Un gigantesco gelso troneggiava su tutto, con i suoi rami già ricoperti di foglie verdi. Insomma, non era proprio così brutta, se non fosse stato per un’aria sinistra che il tutto emanava.
Ricordo poi il portone d’ingresso, semplicissimo, di legno che un tempo doveva essere verde ma ora era tutto scrostato, e sulla sommità una lunetta di vetro, simile a una vetrata, che riproduceva quello che nelle intenzioni dell’artista doveva forse assomigliare a un angelo. Subito sopra, affisso al muro con un grosso chiodo, troneggiava un ferro di cavallo arrugginito. Sulla destra della casa si estendeva quella che doveva essere la stalla, ma le sue condizioni erano disastrose, con il tetto completamente crollato e l’interno visibilmente invaso di erbe e detriti; un alberello aveva trovato dimora in quello sfacelo. A coronare il tutto, a metà strada tra la casa e la stalla, un pozzo chiuso da una specie di grata.

17072011472Stavo per andarmene, avendo visto abbastanza, quando una voce alle mie spalle mi ha fatto letteralmente sobbalzare.
«Fossi in lei non starei qua. Questa è la casa del demonio».
Mi volto, e una signora anziana viene verso di me con il grembiule pieno di erbe di campo. Mi osserva, osserva la casa, e mi sorride con i suoi tre denti. Mi chiede chi sono, le rispondo che sono qui di passaggio e che mi sono fermata perché attratta da questa casa. Le chiedo se sa a chi appartiene. La donnina annuisce, poi si guarda intorno e di nuovo mi dice: «Questa è la casa del demonio!».
Io la guardo stupita e lei finalmente mi racconta tutto quello che voglio sapere.

La casa era stata costruita nel 1750 circa, ed era abitata da una famiglia di Brugine, i Caron. Papà, mamma, sedici figli. Di quei sedici figli ne rimasero solo sette: alcuni emigrarono, altri diventarono preti, altre suore, altri ancora angeli… Quei sette rimasero nella casa, e continuarono a viverci. La casa era grande, spazio ce n’era a volontà. Si sposarono, ebbero dei figli.
Le generazioni cambiarono, però la casa rimase sempre di proprietà della famiglia. Disse che erano persone semplici, gentili. Frequentavano la chiesa, erano brava gente. Però erano strani. Avevano qualcosa che spingeva i compaesani a evitarli. Avevano un qualcosa che teneva alla larga la “gente normale”. Mi disse che sua mamma si era innamorata, ricambiata, di uno di quella famiglia, ma i suoi genitori avevano insistito perché lei troncasse quella relazione. Il che, a ben guardare, fu un bene, perché «non va bene imparentarsi col demonio».

Nel 1869, una tragedia. Angelino, uno dei bambini, pronipote dei primi proprietari della casa, cadde nel pozzo che si trovava nel giardino della casa, e annegò. Ci vollero quasi due settimane per recuperare il corpicino, perché il pozzo era troppo profondo e non c’era nessuno che volesse calarsi nel condotto per portare in superficie il cadavere. Alla fine lo fece uno del paese, e per lo choc che ebbe nel trovare il corpo smise di parlare, e un mese dopo morì. Per molto tempo la famiglia non poté attingere l’acqua del pozzo, e andava in prestito da altre famiglie. In paese tutti dicevano che fosse stato uno dei ragazzi più grandi a gettare il fratellino del pozzo per un litigio. La gente guardava la famiglia con molto sospetto, li evitava.

Il tempo passa, le persone cambiano, e la stessa sorte fu riservata a quella casa, nella quale alla fine rimasero in quattro: Giovanni, sua moglie Adele e i figli Pierina e Angelo. Giovanni era il migliore della vecchia famiglia, una bravissima persona, onesto, gran lavoratore. Aveva cinque o sei campi, e vi lavorava ogni giorno, dall’alba al tramonto, infaticabile. La moglie invece lo aiutava in casa. Aveva solo quei due bambini, e non poteva più averne. Era un po’ “tocca”, pazza, lo era diventata con l’ultima gravidanza, quando aveva perso il figlio, quello che sarebbe dovuto nascere dopo Angelo, e per il dispiacere si era lasciata andare e la sua testa era “partita”. Era una donna piccola e minuta, che portava i capelli in una lunga treccia legata in cima alla testa, e indossava sempre abiti neri, estate e inverno, e una cuffia rossa in testa. Da piccola aveva avuto una grave malattia, la poliomielite, e da allora camminava tutta storta, appoggiandosi a un bastone ricurvo, e stava tutto il tempo seduta su una sedia a osservare la gente che passava per la strada. Era la figlia Pierina che si occupava di tutto.

Chiedo alla mia narratrice se conosceva Pierina. Certo che sì, erano anche state amiche per un po’, poi non più perché Pierina doveva sempre stare in casa a lavorare e non usciva mai. E poi era una ragazza piccolina e fragile, sempre malata pure lei. Ed era brutta. Non si era sposata: il suo compito era badare alla sua famiglia, a suo padre, sua madre e al piccolo Angelo.

Poi un giorno, nel luglio 1946, Angelo sparì. Era ancora un bambino, un piccoletto con i calzoncini corti che correva dappertutto come fanno i bambini della sua età. Aveva solo 8 anni quando sparì, senza lasciar traccia. La vecchietta se lo ricorda bene: in quegli anni lei era una bella giovane di 20 anni, i ragazzi le facevano la corte, e lei si ricorda bene quel bambino che correva di qua e di là, inseguito dalla sorella Pierina. E si ricorda di sua mamma, che vestiva di nero, ritta sulla soglia di casa, le mani sui fianchi, che lo chiamava perché tornasse a casa.

Si cercò dappertutto, si guardò in fondo al pozzo teatro della vecchia tragedia, si guardò ovunque. Si pensò che il piccolo si fosse nascosto in una delle grandi buche seminate in tutta la campagna dalle bombe cadute durante la guerra che era appena finita. Nulla. Si ipotizzò anche che fosse caduto nel Fiumicello, il corso d’acqua che scorre a poca distanza dalla casa; si scandagliò il fiume, ma nulla. Sparito. Questo fu il colpo di grazia per la povera Adele, che morì di crepacuore. Giovanni e Pierina, invece, fecero armi e bagagli e se ne andarono a Roma da un parente. La casa venne messa in vendita.

Negli anni ’60 fu comprata da una coppia di Firenze, che si chiamavano Aldighiero, che però rimase in quella casa per una decina d’anni, giusto il tempo per definirla maledetta e scappar via a gambe levate. All’inizio le cose andavano bene, la casa era bella e ben tenuta, era gradevole abitarci, anche se troppo grande per una coppia sola. Ma gli Aldighiero non potevano avere figli, quindi dovevano accontentarsi.
Per un po’ tutto bene, poi iniziarono le cose strane. La signora non riusciva più a dormire, si sentiva osservata anche quando era sicura di essere da sola; sentiva dei passi e la casa era deserta. Vedeva dei riflessi sugli specchi ed era sola.

Poi cominciarono le manifestazioni più serie. Le porte chiuse si aprivano da sole, le finestre sbattevano anche se non c’era vento, le candele si spegnevano e riaccendevano da sole.
Si diceva che si sentivano delle risate di un bambino che riecheggiavano per tutta la casa, e bambini non ce n’erano. Il cagnolino della coppia scappava terrorizzato e non voleva saperne di star chiuso in casa. Morirono due cavalli, improvvisamente.
I vetri delle finestre si incrinavano e si spaccavano senza motivo.
Una volta il padrone di casa attinse l’acqua dal pozzo del cortile, e tirò su un secchio d’acqua rosso sangue. Il pozzo venne completamente svuotato, venne ispezionato pietra a pietra, ipotizzando che il cadavere del piccolo Angelo vi fosse nascosto dentro, ma non si vide nulla, così il pozzo venne riempito di calcinacci e altri detriti e definitivamente chiuso.
Ma le manifestazioni continuarono, diventando anzi più violente.
Le bottiglie di vino conservate nella cantina sotto la casa scoppiavano da sole, nonostante nessuno le toccasse e, soprattutto, sebbene la temperatura fosse fresca al punto giusto per permettere la perfetta conservazione del vino.
Era la cantina, a pensarci bene, la parte più paurosa di tutta la casa, e la signora Aldighiero, prima di lasciare definitivamente la casa con i nervi distrutti, dichiarò che le risatine che si udivano sembravano provenire proprio da lì sotto, e che quando qualcuno posava il piede sul primo gradino della scala che conduceva alla cantina, improvvisamente quelle cessavano.

Dopo la partenza degli Aldighiero la casa venne abbandonata.

Solo nel 1997 è tornata d’attualità, perché dei giovani di Brugine, che si erano recati nella casa per gioco, avevano riferito di aver visto un bambino fermo sulla soglia di casa, a fare degli ampi cenni con la mano, cercando di attirarli nella casa. I giovani erano entrati, e avevano seguito il piccolo, che sembrava così solo…Gli avevano chiesto cosa ci facesse lì, tutto solo, in una casa disabitata, ma il bambino non aveva risposto, continuando invece a guidare i ragazzi nella casa, fino alla scala che portava giù in cantina. I ragazzi avevano acceso gli accendini, e avevano sceso le scale. Qui il bambino si era avvicinato a una parete di grossi mattoni, aveva toccato la parete, aveva guardato i ragazzi e aveva fatto un’espressione triste e rassegnata. Poi era sparito.

I ragazzi sono scappati da quella casa a gambe levate, e una volta a casa hanno raccontato tutto ai genitori.

Quello che avevano visto era sicuramente il fantasma del piccolo Angelo, che stava indicando, probabilmente, il punto in cui scavare per ritrovare il suo corpicino, murato forse nella cantina di casa sua da un assassino rimasto ancora impunito.

Qui la vecchina interruppe il suo racconto: ricordo perfettamente che guardammo entrambe la casa, e, complice forse la suggestione per la storia appena ascoltata, mi parve di vedere una sagoma dietro una finestra, che ci scrutava. Ci allontanammo con una certa fretta.

Lo scorso anno sono passata di nuovo da quelle parti, e ho visto che la casa non c’era più. Al suo posto, una distesa di terra e un cartellone che segnalava la prossima costruzione di un residence. Non so se qualcosa sia stato trovato quando la casa è stata abbattuta, dato che nessun giornale ha riportato la notizia, ma mi piacerebbe sapere cosa davvero nascondeva quella casa e la sua cantina…



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5 thoughts on “Il fantasma di casa mia

  1. Molto interessante. Sembrava quasi di guardare un film!
    Sarei curiosa anche io di sapere se è stato trovato qualcosa nella cantina, prima dell’abbattimento.

  2. brrr…bellissimo post…
    Un’ esperienza paranormale l’ho vissuta quasi in prima persona ..sto ancora valutando se farci un post o meno..non vorrei che la presenza si infastidisse..!
    A presto, Artemisia

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